Gli abissi custodiscono un tesoro che stiamo appena iniziando a conoscere.
27 Luglio 2026
Energia
Per molto tempo gli abissi sono stati considerati un mondo quasi privo di vita, ma oggi sappiamo che non è così. A migliaia di metri di profondità, dove la luce del sole non arriva e la pressione è centinaia di volte superiore a quella della superficie, prosperano ecosistemi sorprendenti, abitati da specie che la scienza continua a scoprire.
È proprio da queste profondità che arriva una notizia destinata a far discutere. Nel luglio 2026 l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha aggiornato la sua Lista Rossa delle specie minacciate, includendo per la prima volta una valutazione approfondita dei molluschi che vivono esclusivamente attorno alle sorgenti idrotermali degli oceani profondi. Il risultato richiama l’attenzione della comunità scientifica: 125 delle 201 specie conosciute (circa il 62%) sono considerate minacciate, principalmente in relazione al potenziale sviluppo dell’attività mineraria nei fondali oceanici. Questo studio evidenzia quanto sia importante approfondire la conoscenza degli ambienti profondi prima di prendere decisioni che potrebbero modificarli in modo irreversibile.

Perché gli oceani profondi sono diventati così importanti?
Negli ultimi anni gli abissi sono entrati al centro del dibattito internazionale per un motivo preciso: custodiscono grandi quantità di minerali critici, come nichel, cobalto, rame e manganese, indispensabili per batterie, motori elettrici, turbine eoliche e altre tecnologie necessarie alla transizione energetica.
Secondo il Global Critical Minerals Outlook 2026 dell’International Energy Agency (IEA), la domanda mondiale di queste materie prime continuerà a crescere nei prossimi decenni, spingendo molti Paesi a cercare nuove fonti di approvvigionamento.
Tra le aree più ricche c’è la Clarion-Clipperton Zone, una vasta regione dell’Oceano Pacifico compresa tra il Messico e le Hawaii, dove milioni di noduli polimetallici ricoprono il fondale. Ma questi noduli non rappresentano soltanto una risorsa mineraria: si formano con una lentezza straordinaria, nell’ordine di pochi millimetri ogni milione di anni, e costituiscono il supporto sul quale vivono spugne, anemoni, coralli molli, cetrioli di mare e numerosi altri organismi bentonici. È proprio questo intreccio tra valore economico e valore ecologico a rendere il tema così delicato.

Un ecosistema ancora ricco di domande.
Le specie che vivono negli abissi sono tra le meno conosciute del Pianeta. Intorno alle sorgenti idrotermali, dove dal fondale fuoriescono fluidi ricchi di minerali, la vita si è evoluta seguendo percorsi completamente diversi rispetto agli ecosistemi illuminati dal sole.
Qui l’energia non deriva dalla fotosintesi, ma dalla chemiosintesi, un processo che permette ad alcuni microrganismi di trasformare le sostanze chimiche presenti nell’acqua in energia, sostenendo un’intera rete alimentare. Molte delle specie che popolano questi ambienti sono endemiche, cioè vivono esclusivamente in una determinata area oceanica. Per questo motivo gli scienziati ritengono che la loro tutela richieda particolare attenzione.
Oltre al loro valore per la biodiversità, questi organismi potrebbero offrire importanti opportunità per la ricerca scientifica. Alcuni producono infatti enzimi e molecole capaci di funzionare in condizioni estreme, con possibili applicazioni future nella medicina, nelle biotecnologie e nello sviluppo di nuovi materiali. Ogni spedizione scientifica continua inoltre a portare alla scoperta di nuove specie, ricordandoci quanto gli oceani profondi siano ancora una delle grandi frontiere dell’esplorazione.


Cosa ci dice oggi la ricerca?
L’attenzione della comunità scientifica non riguarda soltanto le specie che vivono negli abissi, ma anche il funzionamento degli ecosistemi profondi. Tra gli aspetti più studiati ci sono la dispersione dei sedimenti durante l’eventuale raccolta dei noduli polimetallici, il possibile impatto del rumore prodotto dai macchinari e i tempi di recupero degli habitat.
Le ricerche pubblicate negli ultimi anni mostrano che questi ecosistemi sono estremamente complessi e che molte domande sono ancora aperte. Uno studio pubblicato nel 2025 su Nature ha analizzato un’area interessata da una sperimentazione mineraria effettuata oltre quarant’anni fa, evidenziando che, nonostante alcuni segnali di recupero biologico, gli effetti sul fondale risultano ancora riconoscibili. Il lavoro mostra come gli ecosistemi abissali possano avere tempi di recupero estremamente lunghi, rafforzando l’importanza di valutazioni scientifiche approfondite prima di qualsiasi decisione su larga scala.
Per questo motivo, numerosi ricercatori chiedono di continuare a investire nella conoscenza scientifica prima di avviare eventuali attività estrattive su larga scala. Gli oceani profondi rappresentano una delle ultime grandi frontiere della ricerca scientifica. Custodiscono risorse minerarie importanti per la transizione ecologica, ma anche ecosistemi unici, frutto di milioni di anni di evoluzione.
La recente valutazione dell’IUCN ci ricorda che la conoscenza di questi ambienti è ancora limitata e che ogni nuova scoperta può cambiare il modo in cui comprendiamo il funzionamento del nostro Pianeta. La vera sfida dei prossimi anni sarà far convivere due esigenze entrambe fondamentali: garantire le materie prime necessarie alla transizione ecologica e, allo stesso tempo, proteggere ecosistemi che rappresentano uno degli ultimi grandi territori inesplorati del nostro Pianeta.