Crisi climatica: il giornalismo italiano alla mercè delle grandi multinazionali?

Ambiente Mare Italia - AMI Informa

15 Luglio 2022

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L’avvento delle nuove tecnologie come piattaforme digitali e social media, e la contemporanea e conseguente crisi editoriale della carta stampata, sono fattori che hanno portato nell’ultimo ventennio ad un grande mutamento del sistema comunicativo e di informazione.

La diffusione di notizie al pubblico è sempre più subordinata a strumenti informativi online, dai siti web fino ai social media . La crisi del settore editoriale non si riduce a questo, i numeri sull’acquisto di carta stampata sono crollati rispetto agli anni 2000 e gli abbonamenti su siti web non coprono il declino.

Come sopravvivono quindi i giornali? Il meccanismo pubblicitario e di finanziamenti privati sono la principale fonte di sostentamento economico per quotidiani e periodici. Un sistema totalmente lecito, che tuttavia rappresenta un limite alla libertà di informazione e di selezione di quelle notizie che in molti casi potrebbero coinvolgere gli stessi finanziatori del giornale.

E’ proprio intorno a quest’ultimo punto che l’Osservatorio di Pavia, Istituto di ricerca specializzato nell’analisi della comunicazione, in collaborazione con Greenpeace Italia, ha esaminato gli articoli pubblicati fra gennaio e aprile 2022 dai cinque quotidiani più diffusi in Italia.

Il principale argomento trattato in maniera ambigua dai quotidiani in questione è stata proprio “la crisi climatica”.

“I risultati mostrano – afferma lo studio – che i principali quotidiani italiani pubblicano in media due articoli al giorno che fanno almeno un accenno alla crisi climatica, ma gli articoli che trattano esplicitamente il problema sono appena la metà. Al contrario, viene dato ampio spazio alle pubblicità dell’industria dei combustibili fossili e delle aziende dell’automotive, aeree e crocieristiche, tra i maggiori responsabili del riscaldamento del pianeta. Negli articoli esaminati, inoltre, le aziende sono il soggetto che ha più voce (18,3%), superando esperti (14,5%) e associazioni ambientaliste (11,3%). La crisi climatica è infine raccontata principalmente come un tema economico (45,3% degli articoli), quindi come un tema politico (25,2%) e solo in misura minore come un problema ambientale (13,4%) e sociale (11,4%)”.

L’influenza dei finanziamenti delle multinazionali col tempo ha ingabbiato sempre di più le capacità informative dei quotidiani. In 528 articoli, esaminati dall’Osservatorio di Pavia, solo in due casi le compagnie petrolifere sono indicate tra i responsabili della crisi climatica!

Questo nuovo equilibrio editoriale crea una malattia di fondo alla base del giornalismo, che di rimbalzo influenza negativamente il dibattito pubblico, impedendo a lettori e lettrici di conoscere la gravità dell’emergenza ambientale che stiamo vivendo.

Per preservare la libertà di stampa e privare il settore dell’informazione dall’ingerenza di grandi aziende e interessi economici privati, Greenpeace ha avviato la campagna “Stranger Green”. La campagna veicola inoltre un’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) e di 30 organizzazioni internazionali che con la petizione “Stop alla pubblicità delle aziende inquinanti” invita la Commissione europea a discutere una proposta di legge per mettere fine alla propaganda ingannevole delle aziende inquinanti che alimentano la crisi climatica.